Tante promesse, ma in Italia il gender gap aumenta sempre più

28 Apr, 2025 | Dal Sindacato

Se è vero che il mal comune è un mezzo gaudio, l’Italia può consolarsi pensando che nessun Paese al mondo ha ancora raggiunto una totale parità tra i sessi. Anzi – secondo le stime che il World Economic Forum formula nell’ultima edizione del Global Gender Gap – ci vorranno altri 134 anni per eliminare tutte le differenze tra uomini e donne nei 143 Paesi che vengono monitorati.

Chiaramente, poi, ci sono delle economie che sono molto più avanti, a iniziare dall’Islanda che guida la classifica da una quindicina di anni a questa parte e ha eliminato il 93,5% delle discriminazioni. Ma è l’unica a superare la soglia del 90%: la Finlandia e la Norvegia – seconde, praticamente appaiate – si “fermano” all’87,5%, poi vengono Nuova Zelanda (83,5%), Svezia (81,6%), Nicaragua (81,1%), Germania (81%), Namibia (80,5%), Irlanda (80,2%), e decima la Spagna, appena al di sotto dell’80% (79,7% per l’esattezza). L’Europa non solo domina la parte alta della classifica, ma è anche la regione che vanta la media più alta (75%), anche se poi l’America del Nord segue a brevissima distanza (74,8%), e pure America Latina e Caraibi non sono poi così lontani (74,2%).

La situazione in Italia

Quando si esamina la situazione dell’Italia, però, il quadro non è affatto rassicurante. Il nostro Paese infatti è 87esimo – si fatica anche a definirla metà classifica – e finora è riuscito a colmare solamente il 70,3% del divario. Nel giro di un anno abbiamo perso otto posizioni, che tutto sommato sarebbe un risultato da contestualizzare: vorrebbe dire solamente che alcuni Paesi si sono impegnati più di noi. Inevitabile invece storcere la bocca quando si scopre che siamo il fanalino di coda dell’Europa, e che peggio di noi fanno solo Ungheria, Repubblica Ceca e Turchia. Ma ciò che è veramente inaccettabile è il fatto che nel giro di anno abbiamo perso punti, nell’edizione precedente eravamo al 70,5%. In sostanza,  negli ultimi 12 mesi le differenze tra uomo e donna nel nostro Paese sono aumentate invece di diminuire.

Come funziona l’assegnazione di punteggi da parte del WEF

Per assegnare i punteggi, il WEF si basa su quattro macro-categorie: salute – che grossomodo riassume l’aspettativa di vita in piena salute – le opportunità di studio, le opportunità economiche e il coinvolgimento nella vita politica. L’Italia stacca un lusinghiero 99,6% nelle opportunità di studio, e anche i parametri sulla salute sono elevatissimi (96,7%). Va molto peggio sulle opportunità economiche (60,8%) e letteralmente sprofonda (24,3%) sulla partecipazione delle donne alla vita politica.

L’Equal Pay Day

La questione delle opportunità economiche è senza dubbio complessa, tanto che le Nazioni Unite stanno cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica istituendo l’International Equal Pay Day. La giornata si celebra proprio in questi giorni, per l’esattezza il 18 settembre. È innegabile che qualunque Paese del mondo – in questo ambito – fatichi a garantire le stesse opportunità a entrambi i sessi. Qui il World Economic Forum attribuisce i punteggi più bassi, in testa alla classifica c’è la Liberia con un rating di appena 87,4%. Nelle prime posizioni non c’è nessuna potenza economica – il report appura se le donne godano delle stesse opportunità degli uomini e quanto divario ci sia tra i due sessi – e l’Islanda scivola al settimo posto con un 81,5%. Che in sostanza vuole dire che un ostacolo su cinque ancora non è stato rimosso. L’Italia è al 111esimo posto, appunto con un punteggio di 60,8%.

Le categorie meno protette sono penalizzate

Nel nostro caso è impossibile non pensare che uno degli ostacoli maggiori sia il mercato del lavoro: non è in grado di assorbire tutti i lavoratori, e di conseguenza penalizza in maniera nettamente più pesante le categorie meno protette. Nonostante il momento favorevole che stiamo attraversando, in termini generali – stando alle rilevazioni dell’Istat riferite al mese di giungo – il tasso di disoccupazione si attesta al 7%, quello di inattività al 33%. Ma com’è facile immaginare, ci sono fortissime differenze tra uomini e donne. Il tasso di disoccupazione è del 6,2% per i lavoratori, dell’8% per le lavoratrici. Sono quasi due punti, ma non è nulla in confronto al divario che c’è nel tasso di inattività. Per gli uomini si ferma al 24%, per le donne schizza al 42%. Se sommiamo le due categorie, vuol dire che quasi una lavoratrice su due non riesce a trovare un impiego, o ha perso ogni speranza di trovarlo. Tutto questo poi si traduce in retribuzioni nettamente inferiori – la società di consulenza ODM Consulting stima che le lavoratrici vengano retribuite in media il 10% in meno rispetto ai colleghi di pari grado uomini – e nella difficoltà a raggiungere posizioni dirigenziali.

La Legge Golfo-Mosca in Italia

Qualcosa l’Italia sta cercando di farlo fin dal 2011, quando con la legge Golfo-Mosca ha istituito un sistema quote rosa, e nel corso degli anni ha adottato percentuali maggiori per favorire una più ampia rappresentanza femminile. Queste quote si applicano però solamente ai consigli di amministrazione e ai collegi sindacali delle società quotate in borsa. A livello comunitario, invece, l’Ue fin dal 2006 ha adottato una direttiva per contrastare discriminazioni dirette e indirette, e la disciplina è stata modificata a più riprese; a giugno scorso ad esempio sono stati rivisti i requisiti di funzionamento delle autorità nazionali – per l’Italia il Dipartimento per le Pari Opportunità, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – che hanno il compito di vigilare sulla corretta attuazione della direttiva. Si cerca di colmare il divario, poi, con un sistema di bonus e incentivi, ma anche in questo caso siamo ben lontani dal riequilibrare la situazione. Al massimo rappresentano un aiuto. Quando non si rivelano un vero e proprio flop, com’è successo al neo istituito bonus-mamma, peraltro presentato in pompa magna dal governo. Sono arrivate appena 485mila domande, su oltre 800mila potenziali beneficiarie. Questo perché, richiedendolo, molte delle madri avrebbero dovuto rinunciare a altri bonus, magari di poco più convenienti.

La partecipazione alla vita politica in Italia

Sul fronte della partecipazione alla vita politica, l’Italia cerca di correre ai ripari da anni, ma di fronte a quel 24,3% è evidente che qualcosa non funziona. È vero che in questo ambito gli interventi vanno bilanciati con attenzione, e che dei correttivi troppo forti potrebbero essere incostituzionali. La strada scelta, quella delle quote rosa di lista, si presta però a facili raggiri. I partiti infatti hanno il brutto vizio di riservare ai candidati uomini i collegi uninominali nei quali sono certi di vincere, mentre relegano le donne in quelli perdenti. Nei collegi plurinominali – dove i partiti devono alternare candidati di sesso differente – si segue una logica simile. In quelli in cui sono certi di ottenere buoni risultati, i partiti indicano come capolista una donna, tanto con ogni probabilità verrà eletto anche il secondo candidato uomo. Nei collegi in cui il risultato è incerto, invece, come capolista si sceglie un uomo confidando che arrivi al seggio, e se la candidata donna non ce la fa, pazienza.

Elezioni 2022 di Camera e Senato

Per avere la conferma basta guardare quanto successo nelle ultime elezioni di Camera e Senato, quelle del 2022. Ai nastri di partenza si erano presentate 4.746 persone: 2.104 donne e 2.642 uomini. E quindi oltre il 44% dei candidati era di sesso femminile, ben al di sopra della quota minima prevista del 40%. Alla fine però a Montecitorio sono arrivate 132 donne su 400 seggi, a Palazzo Madama 72 su 200. Le donne hanno ottenuto solo il 33% dei seggi, quindi 11 punti al di sotto della quota a cui statisticamente avrebbero potuto accedere. Ma quello che più conta  è che alla fine è stata eletta una donna ogni due uomini.

Tutto questo avveniva nel 2022, e magari si potrebbe pensare che in questi due anni – visto che alla guida del governo e del maggiore partito dell’opposizione sono arrivate due donne – potrebbe essere cambiato qualcosa. E invece no. L’attuale governo di certo non brilla per presenze femminili: su 25 ministri, solo 6 sono donne, quindi siamo addirittura al di sotto: una donna ogni tre uomini. Le elezioni europee di qualche mese fa, invece, hanno confermato la media: sui 76 seggi che spettano all’Italia, solo 25 sono stati occupati da delle deputate. Ancora una volta, ci si è fermati al 33%.

Il caso delle ultime consultazioni Europee

Nel caso delle europee viene da pensare che Giorgia Meloni e Elly Schlein siano state una tagliola. Le due leader infatti si sono presentate come capolista in diversi collegi – la premier in tutti e cinque, in realtà – pur sapendo che poi avrebbero rifiutato il seggio. Meloni ha incassato un vero e proprio plebiscito, oltre 2,3 milioni di preferenze, Schlein non ha ottenuto un simile risultato ma comunque ne ha calamitate 200mila. Vista la regola della doppia preferenza di genere – gli elettori che indicavano due candidati, li dovevano scegliere di sesso opposto – chi le ha votate non ha poi potuto indicare un’altra donna. E di conseguenza, tutti quei voti nella corsa al seggio hanno favorito in qualche modo i candidati uomini. Un rischio che gli stessi esponenti dei partiti conoscevano bene: “Non possiamo correre il rischio di portare meno donne nel Parlamento europeo proprio quando alla guida del Pd c’è una donna e una donna femminista” avevano tuonato 26 membri del Pd, che addirittura erano arrivati a chiedere alla Schlein di non candidarsi.

Nel caso della partecipazione alla vita politica però, l’appello Dem porta a credere che il problema sia soprattutto di consapevolezza. Del resto anche il WEF usa un temine molto evocativo per definire la parità in questo specifico ambito, Empowerment, che indica sia l’incremento del potere, sia la conquista della consapevolezza di sé. E in un certo senso richiama il principio di autodeterminazione dei popoli: se le donne sono le prime a prendere decisioni che vanno contro le donne, e sono anche le prime a non votare delle donne, non si può ristabilire l’equilibrio dall’esterno. Non è un modo per scrollarsi la coscienza, ma per ribadire che non si sta facendo abbastanza per consentire alle donne di maturare quanto prima questa consapevolezza.

Confael
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